Miseria e nobiltà – Torino

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Sono capitata lì quasi per caso, e in preda ad una fame da lupi sono entrata nel locale in cui forse, se mi fossi basata solo sulla prima impressione, non sarei mai entrata. All’esterno infatti, la pizzeria sembra un oratorio, tipica area di sosta per giovani fanciulli in cerca di un divertimento semplice: due birre, quattro amici ed una partita a calcetto. Decido di entrare comunque incuriosita dalla sfida che mi si stava proponendo: andare contro all’assoluta ricerca di un’estetica piacevole agli occhi.

All’interno ho la conferma che la facciata del locale non mi stava ingannando. Il locale è piccolissimo, tavoli troppo vicini e tovaglie di carta color verde salvia. Una ragazza allegra (e indaffaratissima) mi accoglie con un sorriso. Una mezz’oretta, mi dice, e potrò sedermi anche io.
Ne approfitto così per guardarmi intorno. Davanti a me c’è un ragazzo che impasta e sforna pizze piccole e rigonfie, alla mia destra una rumorosa cucina e alle mie spalle la cassa e il bancone. Il tutto a un metro di distanza, tanto da essere costretta a spostarmi ogni quattro minuti per permettere ai clienti di pagare il conto, al cameriere di tagliare una fetta di torta e al suo collega di prendere le posate.

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Fratelli La Bufala, un pizza leggendaria – Torino

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Il locale da fuori, ha l’aria di essere una pizzeria qualsiasi e quei dipinti appesi al muro che ritraggono colorate mandrie di bufali dal sapore un po’ ispanista mettono tanta allegria.
Appena si prende in mano il menu però, si scopre che c’è qualcosa in più oltre al nome curioso “Fratelli La Bufala”, che da il nome al locale.

Nel menu si narra infatti la storia dei tre fratelli, creatori della catena che sta deliziando mezzo mondo.
Giuseppe, Antonio e Gennaro La Bufala, conosciuti anche come i “La Bufala Brothers”, nacquero a Eboli figli di un produttore di mozzarella (di bufala ovviamente!) che dopo la scomparsa, lasciò ai suoi eredi un piccolo patrimonio da dividere.
Dopo quel tragico evento, i tre si dividono per il mondo in cerca di fortuna: Giuseppe, detto “Pippo”, vola a New York dove trova lavoro come pizzaiolo in un ristorante italiano. Antonio, “Totò” per gli amici, si trasferisce a Madrid dove apre una scuola di flamenco, mentre l’ultimo figlio, Gennaro, vola a Parigi dove trova lavoro in un’autorimessa nonostante sogni una carriera da pittore.

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